5 ottobre 2007
Anna Lamonaca, Spazi di confine - intervista all'autrice
Intervista ad
Anna Lamonaca
Spazi di confine
1.
Innanzitutto una breve presentazione è d’obbligo: chi è Anna Lamonaca?
Qualche breve nota biografica, in particolare desideri e aspettative.
Bella domanda! E’
una di quelle domande da 100 milioni di dollari! Quanto è difficile
conoscere sé stessi! Posso provare ad estrapolare qualcosa dall’enorme
confusione che ho dentro e iniziare a parlarti di me… Bene, da dove
comincio? Tutte le storie iniziano da qualcosa, la mia è iniziata molto
tempo fa, nel 1983, in un piccolo isolotto circondato dal mare, ma questa è
una storia mooooolto lunga e quindi bisogna fare scorrere il nastro e
premere stop sul pezzo che ti parla di chi è in questo momento Anna Lamonaca
e che cosa desidera dopo mille peripezie sei d’accordo? Anna è una ragazza
semplice, come tante altre, sa poco di sé, ma ha un sogno, un sogno gigante
chiuso qui, nel profondo dell’anima, scrivere… Scrivere e tirare fuori tutto
quello che ha dentro, tutto ciò che non riesce a capire, di sé delle persone
che popolano la sua esistenza, di personaggi immaginari che sono nella sua
mente; è alla continua ricerca di tante cose, ma soprattutto cerca se stessa
ed il metodo che usa in questa caccia al tesoro è la scrittura, ama giocare
con le lettere componendo versi o frasi, che diventano poesie, racconti,
storie. In ogni storia lascia pezzetti di sé come pezzi di un puzzle.
Rilegge e il puzzle si ricompone così ogni cosa diventa chiara ai suoi
occhi! Studia, lavora, legge e scrive, sogna, balla, canta, a volte urla!
Ama mettersi alla prova, raccontare al mondo il caos che ha dentro e
scoprire che in fondo quel caos è comune a tutti. Vive di desideri, e lotta
per realizzarli, cade, si rialza, a volte è troppo esigente con sé stessa,
ama sorridere e ama vivere, è timida, ma forse ha una doppia personalità la
quale emerge nei momenti del bisogno e la spiazza. Cosa desidera? Desidera
scrivere un romanzo, scappare con l’uomo che ama su un isola deserta e
vivere felice di quel po’ che ha! Penso che possa bastare, non sono mai
stata brava a scrivere i curricula, né le biografie, figuriamoci adesso a
raccontare la mia storia, è iniziato tutto un po’ per caso e adesso mi
ritrovo qui, con un libro da promuovere!

2. Come
ti sei avvicinata alla poesia e perché? Quali autori hanno maggiormente
toccato la tua coscienza poetica, per quali ragioni? Motiva la risposta, per
cortesia.
La passione per
la poesia è nata in me fin da bambina, in parallelo con l’amore per la
lettura, io credo che un bravo scrittore debba essere soprattutto un ottimo
lettore, leggevo i classici, Saffo, Catullo, Leopardi, Dikinson, Montale,
Neruda, Shakespeare, passavo ore chiusa nella mia camera con i libri tra le
mani ed ero affascinata dallo scorrere dei versi sulla pagina. L'approccio
alla poesia è stato spontaneo, qualcosa è nato, improvviso, come un fremito,
credo sia stato un innamoramento, una specie di colpo di fulmine, poi è
scoppiato un grande amore per il verso; di solito, la poesia è sbocciata in
me da un momento di difficoltà e poi si è trasformata in un esplosione di
gioia, è stata come una sorta di analisi interiore di qualcosa che non
riuscivo a spiegare, una cura al disordine che avevo dentro!
3. Si
dice, non a torto, che l’Italia è un paese di poeti: oggigiorno tutti, o
quasi, scrivono poesie con risultati a volte apprezzabili, altre no. Ad
essere sinceri i tanti sédicenti poeti che infestano l’editoria italiana
portano solo disonore a quella che fu la patria di Dante e Leopardi. Come
mai, a tuo avviso, si scrive poesia, in una maniera che io definirei
ossessiva e inutile?
Credo che sia
arrivato il momento di iniziare a riscoprire la poesia, il mondo moderno è
troppo bloccato nel materialismo, chiuso nelle necessità contingenti, il
mondo moderno ha bisogno di poesia! Credo che questa sia la motivazione
della nascita di tanti "sedicenti" poeti, le persone hanno bisogno di
comunicare qualcosa di profondo che le attanaglia nello spirito, in un mondo
troppo materialista, fatto di apparenza ed esteriorità, in cui si è,
soltanto se si ha qualcosa, è positivo che la gente cerchi di essere, di
esternare se stessa. C'è bisogno di profondità ed interiorità, c’è bisogno
di poesia, quelle delle piccole cose, delle emozioni da nulla, di solito la
gente finisce a parlare del tempo o delle cose artefatte che si vedono in
tv, della dieta del minestrone o quella del rosmarino, dell'amante del vip
di turno o dell'ultimo abito alla moda, ma non si parla più di se stessi.
Sinceramente sono felice di questa rinascita poetica, la poetica dell'uomo
qualunque, dell'uomo della strada, essa mi affascina è schietta, meno
artificiosa di quella dei grandi artisti, ma non guasta! In fondo non tutti
possiamo essere “Dante o Leopardi”, ma ognuno di noi nel suo piccolo
possiede poesia, emozioni e sente il bisogno di esternarle, poi come in ogni
epoca del tempo, alcuni poeti saranno ricordati mentre altri andranno
dimenticati. Non capisco il perché precludere a queste persone la
possibilità di sognare? Dietro uno scrittore c'è sempre la figura di un
attento lettore che saprà scegliere cosa leggere o cosa non leggere e la
selezione andrà da sé.
4. Prima
della silloge “Spazi di confine”, pubblicata per Nicola Pesce Editore, hai
partecipato con delle tue liriche a dei progetti antologici. Vuoi parlarne?
Certo, ogni
progetto antologico è stato un modo per dire la mia al riguardo di tante
tematiche che affastellano la nostra realtà, un modo per dire io ci sono,
con le mie parole, i miei pensieri, il mio modo di concepire la vita,
considero ogni partecipazione a progetti antologici, un'opportunità
d'incontro o scontro con le voci di altri artisti, e una possibilità per
essere letta e scoperta. Un battesimo letterario è stata per me la
partecipazione con la poesia “ho bisogno di guardarti negli occhi” alla
raccolta antologica Parole D’amore ad opera dell’editore Giulio Perrone
dedicata all'eterno e complesso tema dell'amore e collocata all'interno del
programma “una poesia per emergere”, successivamente ho partecipato al
progetto “Istant Antology” ricevendo pubblicazioni edite dalla stessa casa
editrice in “Sempre caro mi fu quest’ermo frigo” raccolta volta a scoprire
la passione dei poeti per il cibo in chiave ironica collocata all’interno
della manifestazione "l'appetito vien leggendo" una serie di incontri fatti
di cene e aperitivi in cui autori e lettori hanno avuto la possibilità di
discutere e conoscersi, successivamente due miei racconti vengono pubblicati
in VIA AGRA Incontri, sogni e altre fatiche da donna antologia ironica
presentata durante il Book party dell'8 marzo. Nel 2006 una mia poesia “Il
suono del silenzio” è pubblicata nell’ antologia “Il suono del silenzio”
Ta.Ti Edizioni e selezionata per il portale della casa editrice,
successivamente è stata pubblicata un’altra lirica in “Verrà il mattino ed
avrà il tuo verso” per Aletti Editore. Grazie alla rete ha partecipato a “Un
post in dieci righe” Editore La Lontra libricino che si interroga
sull’evoluzione di internet e delle nuove forme di comunicazione nell’epoca
moderna raccogliendo i pensieri dei blogger presentato alla fiera del libro
di Genova i pezzi sono stati interpretati dagli attori della Scuola di
recitazione del teatro stabile diretti da Anna Laura Messeri. E sempre
grazie alla rete partecipo ai progetti indetti da Manuale di Mari che con il
concorso di Emozioni ha redatto quest’anno anche un’antologia presentata
alla fiera del libro di Torino. Insomma ho partecipato a molti progetti
antologici, sono stata pubblicata anche all'interno di diversi e-book, ogni
esperienza è servita, mi ha dato coraggio invogliandomi ad andare avanti in
questa ardua strada.
5. La tua
idea di poesia, qual è? Esponila con tue parole.
Poesia è libertà,
creazione, soffio, musica, danza!
Poesia non è
altro che lasciarsi andare all'emozione, farla vibrare nell'anima e dargli
un ritmo, una voce una melodia che diventa un canto, si perché poesia è
canto dell'anima! Scrivendo crei un qualcosa che ha una sua vita, una sua
consistenza, perché ogni poesia ha una sua musicalità, nella rima, nella
ripetizione dei versi, ha una sua immagine, nelle metafore e nelle figure
retoriche, un suo messaggio racchiuso in poche righe capace di emozionare il
lettore, affascinarlo, coinvolgerlo, turbarlo o appassionarlo. E tu stesso
creatore di quella magia ne resti innamorato non so come dire, affascinato
di fronte alla sua bellezza! Perché la poesia è bellezza!
6. Le tue
liriche non seguono una metrica classicheggiante, esse sono in versi liberi
ed esprimono quasi sempre un sentimento di fondo che è di felicità. Non c’è
disperazione, c’è sì del dolore ma quasi sempre pacato, e c’è anche un
sentimento di religiosità molto umana che sorride alla vita.
Vorrei
che mi spiegassi che cosa, o chi, o quale sentimento religioso, ti porta a
mettere a nudo un candido ottimismo, ma anche una diffusa ingenuità.
Felicità è una
parola grossa, non ho la presunzione di potermi definire una persona felice,
nessuno credo possa avere la presunzione di parlare di felicità, perché in
fondo la "felicità" completa è irraggiungibile, indefinibile con le parole,
tanto meno in poesia. Piuttosto le mie liriche esprimono, una gioia, una
positività nei confronti della vita, un sorriso benevolo, spontaneo a volte
anche un sorriso amaro o ironico. Il dolore, c'è e come dici tu è pacato è
un dolore fagocitato, rielaborato, razionalizzato, perché a mio avviso
bisogna comprendere la vita in tutti i suoi aspetti, anche quelli più tristi
o dolorosi, analizzarla, capire che noi, non siamo il nostro dolore, o i
nostri problemi o gli stati d'animo negativi che a volte ci avvolgono. Noi
siamo altro, possiamo soffrire, ma essere lo stesso persone allegre e
positive, possiamo sorridere lo stesso e cercare di andare avanti nella
vita, lasciando alle spalle i nostri dolori, io sono fermamente convinta che
l'uomo è fabbro del suo destino e deve imparare a trovare la forza dentro di
se per sorridere alla vita senza piangersi addosso. Per quanto riguarda il
sentimento di religiosità molto umana, devo dire che hai fatto centro, credo
nella gente, nella forza delle persone, del cuore e delle emozioni, il mio
Dio si chiama Bene ed è in ognuno di noi, in ogni cosa, la rende bella e
perfetta anche nelle imperfezioni, poi non mi scervello sul Paradiso,
L'Inferno o l'aldilà, le preghiere. Io cerco di vivere bene il poco tempo
che mi è concesso, senza rimorsi, né rimpianti, a volte mi lascio andare o
sbaglio, ma non sto li a colpevolizzarmi per questo perché credo sia una
gran perdita di tempo e poi tutti possono sbagliare. Per quanto riguarda
l'ingenuità... si, forse sono una grande ingenua in ciò che faccio o dico,
ma in fondo io sono così, sono una eterna Pater Pan, perché non sarei niente
senza la mia ingenuità! Non riuscirei mai ad essere una persona seriosa, di
quelle tutte d'un pezzo, non sarebbe da me, sinceramente io ogni giorno
abbraccio quella parte di me che è ancora bambina e la coltivo anche a
rischio di sembrare ingenua o stupida!
7. Lo
stile poetico: che cosa è per te? Quanto è importante e perché? Meglio stare
coi rimaioli o con chi parteggia per i versi liberi?
Lo stile è
importantissimo per chi si avvicina alla scrittura, quelli che hanno stile
vanno avanti, diventano poeti affermati mentre gli altri finiscono nel
calderone del dimenticatoio! Purtroppo sono gli altri a stabilire se hai
stile, i critici, i lettori lascio a loro questo compito! Io scrivo e basta,
non sto a farmi domande, scrivo per comunicare... La vita è tanto difficile
da sé! Posso passare il tempo a chiedermi se ho stile? Tutto il tempo che
perdo in questi pensieri posso utilizzarlo per scrivere! Come faccio a
decidere se stare con i rimaioli o con chi patteggia per i versi liberi? Se
c'è una cosa che ho imparato nella vita è che "non si può mai dire mai!"
8. Credi
sia necessario parlare ostinatamente d’amore, in poesia? Non credi che a
forza di scriverne si finisca con l’inflazionare questo sentimento?
L'amore muove il
mondo, l'amore è sale e il lievito della vita, bisogna parlare d'amore,
perché proprio quando si pensa di aver detto tutto c'è sempre qualcosa che è
stato tralasciato. Saffo parlava d'amore, Catullo parlava d'amore, Neruda
parlava d'amore, tipi diversi d'amore. Descritti in modi diametralmente
opposti, ma non mi stanco mai di leggerli o di scoprire la poesia e le
enormi emozioni che questo sentimento mi ha lasciato dentro. L'amore
sconvolge e turba e non sarà mai inflazionato. Perché l'amore è personale ed
universale e senza di esso l'uomo si sente vuoto. A volte quando siamo
disperati è l'amore che ci salva, l'amore per la vita, l'amore per le
persone o quello per noi stessi, l'amore per le cose che facciamo, per un
animale o per la natura. Gli uomini stessi sono fatti d'amore e sfido
chiunque a cercarlo anche nelle persone peggiori, sono sicura che lo
troveranno!
9.
L’amore è al centro delle tue liriche, non c’è quasi mai disperazione, ci
sono invece costellazioni di contraddizioni vitali utili a tutte le
sfumature della vita. Dico giusto? Eventualmente correggimi, ma in ogni caso
motiva la risposta.
Non c'è
disperazione, perché l'amore che ho voluto raccontare, è un amore completo,
non è quello passionale, struggente che ti ruba l'anima, il respiro, è un
amore che è appagamento, che è completamento, amarsi ogni giorno, vivendo
anche di contraddizioni, ma trovando sempre pace in quei momenti in cui
accanto all'altro riscopri te stesso, è un amore pacato, semplice, in cui
l'altro diventa tua madre, tuo padre, il tuo migliore amico, l'amante, ma
anche il figlio.
E' un amore
scoperto giorno per giorno in piccoli gesti o emozioni e mentre le vivi
sembri distratto, ma poi ti riscopri a pensare che non puoi vivere senza!
10. A tuo
avviso, chi si può dire “il poeta” o “un poeta”? Si nasce o si diventa
poeti, poeti per necessità? Una tua personalissima definizione circa
l’”essere poeta”. Grazie
Credo proprio che
si nasca poeti! I poeti sono "animali rari" in un universo che ha
dimenticato le emozioni, essi hanno una sensibilità, una spiritualità che li
tormenta nel profondo. E’ quella inquietudine a renderli soli, incompresi, a
volte derisi, ma i poeti continuano a lottare e possiedono qualcosa di
indescrivibile che in fondo gli fa compagnia, è quel soffio che si chiama
poesia che acceca e rende ogni cosa confusa finché il poeta impugna carta e
penna e inizia a scrivere facendo sì che la poesia trasformi le cose,
donandogli colore, e melodia, perché un poeta può vedere ciò che altri non
possono! Un poeta può trasformare un giorno qualunque in un giorno unico,
può vedere ogni cosa luminosa anche quando intorno è buio, niente e nessuno
può fermare le parole di un poeta perché egli scrive e null'altro ha se non
la scrittura e quel soffio dentro l’anima che filtra il mondo e rendendolo
meno bastardo di quel che è. Bisognerebbe trattarli bene i poeti perché ci
rendono la vita migliore, perché con le loro parole riescono a dire ciò che
noi esattamente sentiamo e non riusciamo a tirar fuori.
11.
Perché io lettore dovrei leggere “Spazi di confine”? Sì, ti sto invitando ad
auto-promuoverti.
E'un bel libro
che fonde fantasia al vissuto quotidiano, racconta emozioni, parla d'amore,
ma anche di gioia, la gioia di scoprirsi e di esplorare quegli Spazi di
Confine, quelle Terre di nessuno, quei luoghi al limite, in cui gli uomini
si sentono liberi di essere, liberi di manifestare la loro essenza più
profonda, perché non sono soggetti a leggi, a imposizioni, gli Spazi di
confine sono terre inesplorate, quasi sconosciute ho usato questa “metafora”
perché a mio avviso ci sono spazi di confine anche all’interno di noi, della
nostra anima, luoghi in cui troviamo nascoste le emozioni più profonde,
sconosciute anche a noi stessi ed io credo che sia proprio il contatto con
quelle emozioni nascoste nelle pieghe della nostra anima a renderci vivi! E’
un libro per chi come me è “uno spirito libero” ed ha voglia di lasciarsi
andare al flusso della vita, al suono di una melodia dell’animo o lasciarsi
andare alle emozioni che si accendono di fronte ad un cielo gremito di
stelle oppure ha voglia di gettare la maschera che si è costretti ad
indossare sul palcoscenico della vita. Insomma Spazi Di Confine è un libro
per chi ha il coraggio di comprendere che nel vasto mare dell'essere,
all'uomo può capitare di tutto: la gioia ed ovviamente il dolore e che esse
non sono che due fazioni che si scontrano nel quotidiano impegno alla
sopravvivenza, e in questa lotta per la sopravvivenza soltanto chi ha il
coraggio di essere se stesso, di rischiare, di lasciarsi andare, ma anche di
cadere, solo chi ha questo coraggio potrà uscirne vincitore!
12.
Debiti e crediti: verso chi? perché?
Fortunatamente
posso dire di non avere debiti nei confronti di nessuno, avevo un desiderio,
ho lottato ed ho sofferto per realizzarlo da sola, sono partita dal basso,
con un'idea vaga sul significato di pubblicare, non appartengo ad una
famiglia famosa, né ricca, i miei genitori sono persone semplici, operai, i
quali vedevano questo mio accanirmi nello scrivere come qualcosa di astruso
e folle e a volte pensavano di avere un aliena in casa, una sognatrice che
non stava con i piedi per terra. Ho dovuto imparare a credere in me stessa
ed ho dovuto addentrarmi da sola, nel campo dell'editoria. Ringrazio Nicola
Pesce che mi ha dato fiducia pubblicando Spazi di Confine considero questa
silloge poetica un vero e proprio atto di coraggio perché da esordiente è
dura soprattutto in Italia, in cui il mercato editoriale lascia poco spazio
ad un’aspirante scrittrice, questo libro è davvero un sogno che si avvera!
Volevo però ringraziare Nicla Morletti per la prefazione al libro, Antonio
Spataro che ha creduto in questo progetto mostrandolo all'editore Piero
Graus il quale mi ha dato la possibilità di presentare Spazi di Confine
all'interno della rassegna letteraria Approdi D'autore e mi ha premiato
durante la serata finale. Insomma ringrazio tutti quelli che hanno creduto e
credono in me, compresi i giornalisti come te, che mi danno la possibilità
di parlare e di promuovere il mio libro, inoltre devo molto ad ogni singolo
lettore che lo leggerà, perché vorrà dire che il mio tempo, i miei pensieri
e i tanti sacrifici che ho fatto per scriverlo non sono andati sprecati!
13. In
ultimo, se potessi tornare indietro, quali errori non commetteresti più e
quali invece sì, e perché?
Sono tanti gli
errori che non commetterei più, ma ogni errore commesso e la delusione che
ne è derivata mi ha permesso di fare esperienze e crescere, di inserirmi
all’interno del contesto letterario ed editoriale italiano.
Grazie, Anna.
Sei stata molto affabile e simpatica.
Ti auguro di
riuscire a vincere sempre nella vita, in qualsiasi contesto.
Grazie a te…un
sorriso
Spazi di
confine – Anna Lamonaca – Nicola Pesce Editore – 75 pagine – 12 €
Il libro è in vendita sul sito
dell’Ermellino:
Come ordinare:
tramite fax o
telefono, al numero 0828/304608
scrivendo alla
Nicola Pesce Editore cas. post
350 - 84091 - Battipaglia (SA)
Il pagamento dei
libri è anticipato e dovrà essere effettuato versando l'importo
sul
c.c.p. n. 48956924 intestato a Nicola Pesce Editore
specificando
nella causale
1) Spazi di
confine
2) Anna Lamonaca
3) numero delle
copie ordinate
Le spese di
spedizione sono a carico della casa editrice.
Anna_Lamonaca
Spazi_di_confine
poesia
| inviato da kinglear il 5/10/2007 alle 18:6 | |
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28 settembre 2007
Non scriviamo più recensioni sui blog. SCIOPERO DEI BLOGGER ITALIANI

Non scriviamo più recensioni sui blog.
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I don't blog e aderisci anche tu.
___________________________
Non scriviamo più recensioni sui
blog
SCIOPERO DEI BLOGGER ITALIANI
CHE TUTTI I BLOG ITALIANI NON RECENSISCANO E NON DICANO
UNA SOLA VIRGOLA SU UN LIBRO SIA ESSO UNA NUOVA USCITA, UN CLASSICO
DELLA LETTERATURA, UN MUST, UN CAPOLAVORO...
PER UN MESE, NIENTE, NADA, SOLAMENTE IL SILENZIO PIU’ ASSOLUTO
SU OGNI USCITA IN LIBRERIA O IN EDICOLA O ALTROVE.
I BLOGGER PER UN MESE NON PARLERANNO DI LIBRI NE’ DEI LORO AUTORI IN
ALCUN MODO E PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO.
INSOMMA, CHE NON SI PARLI DI LIBRI IN NESSUN MODO E IN ALCUNA FORMA
(ANCHE SUBLIMINALE) SU SITI DINAMICI/STATICI E BLOG.
UNO SCIOPERO?
UNA PROVOCAZIONE?
ENTRAMBE LE COSE
TENIAMO IL SILENZIO PER UN MESE, UN SILENZIO TOTALE, E VEDIAMO
QUANTO HANNO DA GUADAGNARCI GLI EDITORI E GLI AUTORI DAL SILENZIO DEI
BLOGGER CHE NON DICONO UNA SOLA PAROLA DEI LORO LIBRI.
CHE TUTTI I BLOGGER, FAMOSI E MENO FAMOSI, TACCIANO SUI LIBRI E
SULL’EDITORIA PER ALMENO UN MESE. QUESTA LA PROVOCAZIONE.
CALDAMENTE SI INVITA TUTT* AD ADERIRE…
SI INVITA TUTT* AD ADERIRE, TUTT*, NESSUNO ESCLUSO.
INVITO DUNQUE TUTT* A PUBBLICARE L’APPELLO-PROVOCAZIONE PER LO SCIOPERO
SUI PROPRI BLOG E SITI.
E INVITO TUTT* AD IMPEGNARSI SERIAMENTE A NON PARLARE DI LIBRI, DI
EDITORI, DI EDITORIA, DI AUTORI, SUI LORO PROPRI BLOG PER ALMENO UN
MESE.
E VEDIAMO L’EFFETTO CHE FA IL SILENZIO.
VEDIAMO L’EFFETTO CHE FA.
Una
questione di libertà
IO NON HO MAI DETTO CHE I BLOGGER VENGANO PAGATI DA AUTORI,
EDITORI, DISTRIBUTORI, O DA ALTRI TERZI.
PERO' TANTI CALCI IN CULO SI’, QUELLI NON SONO MAI MANCATI AL
SOTTOSCRITTO, E POSSO DIMOSTRARLO IN OGNI MOMENTO.
SPERIAMO D’ESSER STATO CHIARO.
SIA CHIARO A LETTERE DI FUOCO NELLE TESTE VUOTE DI QUELLI CHE NON CE
L’HANNO UN DIAVOLO DI NOME E CHE SE CE L’HANNO LO NASCONDONO CON
VIGLIACCHERIA.
SE IO OGGI PARLO BENE DI UN LIBRO, DOMANI FORSE UNA COPIA IN
PIU’ SI VENDE. SE NON NE PARLO, DOMANI PIU’ FACILE CHE QUELLA
COPIA IN PIU’ NON SI VENDA. SOLDINI PER L’EDITORE E L’AUTORE QUINDI, NON
DI CERTO PER IL BLOGGER CAZZONE COME ME. E C’E’ POI IL PASSAPAROLA TRA
BLOGGER E AL DI FUORI DEL MONDO VIRTUALE. A GUADAGNARCI, NEL BENE E NEL
MALE, SONO SOLO E SEMPRE AUTORI ED EDITORI. I BLOGGER MAI. MA E’ GIUSTO
CHE SIA COSI', E LO SOTTOLINEO; UNO COME ME RECENSISCE CON PASSIONE PER
PASSIONE, PER AMORE DELLA CULTURA, SENZA OBOLI E SENZA FARE SCONTI
CRITICI (DI GIUDIZIO) A NESSUNO, SIA L’AUTORE UN PEZZO DA NOVANTA O UN
NOVELLINO.
IL SOTTOSCRITTO NON E’ AFFILIATO CON NESSUNO, MA
PROPRIO CON NESSUNO, NEMMENO CON L’OMBRA CHE GLI TIRA LA GIACCA. ED E’
QUESTO CHE FA PAURA, IL FATTO CHIARO ED ESPLICITO CHE NON STO CON
NESSUNO, CHE NON STO SOTTO NESSUNA ALA PROTETTRICE, CHE NON SONO IL
COCCO DI NESSUNO, NE’ DI UN AUTORE NE’ DI UN EDITORE, QUINDI NON SONO
RICATTABILE.
SU DI ME SI POSSONO SOLO SPARARE INGIURIE SENZA SENSO E
FONDAMENTO.
SONO LIBERO, QUINDI NON RICATTABILE DA CHI MI LEGGE
SOLO PER PURO CASO O PERCHE’ PENSA CHE FORSE VALE LA PENA LEGGERMI DI
TANTO IN TANTO. LIBERO PERCHE’ NON HO INTERESSI A PROMUOVERE UN AUTORE
PIUTTOSTO CHE UN ALTRO.
IL MIO SOLO INTERESSE E’ PROMUOVERE LA QUALITA’ DELLA CULTURA,
SECONDO IL MIO METRO DI GIUDIZIO, CHE HA UNA SOLA E UNICA PECCA: E’ UN
METRO UMANO, QUINDI COME TUTTO CIO’ CHE E’ DELL’UOMO SUSCETTIBILE A
IMPERFEZIONI.
LA LIBERTA’ DI OPINIONE, DI CRITICA, DI RIBELLIONE ANCHE,
L’ESSERE LIBERO DA TUTTO E DA TUTTI E’ QUALCOSA CHE FA PAURA, CHE METTE
IN GINOCCHIO IL SISTEMA. MA LO PUO’ METTERE IN GINOCCHIO SOLO SE E’
MALATO. SE NON LO E’, NON CADRA’ MAI E POI MAI IL SISTEMA PERCHE’
INTRINSICAMENTE GIUSTO.
LA LIBERTA’ DI OPINIONE E DI CRITICA E’ QUESTA.
Giuseppe Iannozzi
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critica
| inviato da kinglear il 28/9/2007 alle 14:32 | |
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13 settembre 2007
Marco Malaspina, La scienza dei Simpson - intervista all'Autore
Intervista a Marco Malaspina
La scienza dei Simpson
1. In primo luogo, chi è Marco Malaspina, autore de “La scienza dei Simpson” in uscita nel mese di ottobre (2007) per Sironi Editore, nella collana Galápagos?
So che sei un giornalista scientifico di Bologna, che lavori all’ufficio comunicazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e che scrivi per le pagine di salute del settimanale «Oggi»; inoltre conduci Pigreco Party, un programma in bilico fra scienza e società, di Radio Città del Capo. Vuoi aggiungere qualcosa, delle note di colore circa le tue tante attività?
Come attività lavorative, direi che possono bastare: sono già più che sufficienti a lasciarmi stremato, anche perché sono piuttosto pigro. In fin dei conti, comunque, è un’attività sola, la mia: fare interviste. Ed è ciò che adoro. Che poi vadano in video (è il caso dell’Inaf), su carta (come avviene con Oggi) o alla radio (Pigreco Party), quello che continuo a trovare impagabile è l’opportunità di poter incontrare e parlare con centinaia di persone diverse. E interessanti: perché ricercatrici e ricercatori, soprattutto quando si lasciano un po’ andare, hanno davvero parecchio da raccontare.
2. “La scienza dei Simpson”: è un saggio atipico, ma neanche troppo, difatti ogni puntata dei Simpson include alcuni elementi scientifici e sociali. Springfield, questa cittadina di omini gialli e isterici, rappresenta le nevrosi le paure le aspettative dell’America di oggi, o sbaglio?
Sì, sono d’accordo. Ma penso che potremmo allargarci anche all’Europa, e soprattutto all’Italia. Perché dall’inquinamento agli Ogm, dall’obesità alla precarietà, i problemi che si trovano ad affrontare li viviamo pure noi sulla nostra pelle, anche se non è né gialla né a stelle e strisce. E aggiungerei che non ci sono solo nevrosi, paure e aspettative: traspare anche un ottimismo sconsiderato, un’irrefrenabile gioia di vivere, nei Simpson. Mi piacerebbe che pure quest’ultimo tratto potesse dirsi rappresentativo della nostra società. Ma non ne sono tanto sicuro.
3. Homer Simpson è ben più che un semplice personaggio, è il ritratto dell’americano medio, un ritratto dissacrante in uno stile molto avantpop. Ma anche a un pasticcione imbranato sfigato come Homer, di tanto in tanto, riesce di mettere a segno una homerata. Chi è dunque Homer Simpson, e soprattutto che analisi ha dovuto subire una volta finito sotto la tua analitica penna?
Diciamo subito che la mia penna, nei suoi confronti, è stata assai indulgente. Lo difendo a spada tratta, lo paragono al Falstaff dell’Enrico IV di Shakespeare (e non in modo troppo avventato: su Shakespeare, ci ho scritto la mia tesi di dottorato). Perché Homer è assai più dell’americano medio: è al tempo stesso un archetipo che più classico non si può e l’eroe della postmodernità. Un tipo in grado di regalarti una perla di saggezza come «provare è il primo passo verso il fallimento» e subito dopo di scambiare Batman per uno scienziato, o Stephen Hawking per Larry Flint, per dire. Sarò sincero: io sono convinto che tra quattro o cinque secoli gli studenti si troveranno come tema per l’esame di Stato titoli del tipo: “Il candidato commenti la frase «per tutta la vita sono stato un uomo obeso intrappolato nel corpo di un uomo grasso» del protagonista dei Simpson”.
4. La famiglia Simpson, nel corso delle stagioni, è andata allargandosi, accogliendo spesse volte dei personaggi particolari e realmente esistenti: famosi cantanti, uomini di spettacolo, scienziati, politici corrotti, assassini… Springfield è solo fintamente una cittadina innocua, di periferia dove il grosso della distrazione è portato da quel bietolone locale che è Homer, da Krusty il Clown e da Grattachecca & Fichetto in tivù, e ovviamente dal bar di Moe. E’ giusto dire che Springfield, episodio dopo episodio, cresce e con essa cresce la sua isterica popolazione? perché?
Springfield cresce proprio perché i Simpson sono un cartone postmoderno: danno la cittadinanza a tutti (anche se Apu fatica un po’, per ottenerla), da Tony Blair a Ronaldo. E la loro cifra è che trattano chiunque allo stesso modo: un modo perfido e affettuoso al tempo stesso. L’aspetto straordinario mi pare un altro, però: e cioè, che tutti ci vogliono andare ad abitare, a Springfield, prestando la propria voce e la propria immagine alla serie. Pur sapendo che non verranno certo trattati con i guanti: Ignazio La Russa, per dire, è stato entusiasta di doppiare (devo dire, magistralmente) uno tra i personaggi più malvagi della serie. E non credo sia un esempio di masochismo collettivo: è proprio un tributo alla genialità dei loro autori.
5. Homer e Marge hanno tre figli: Bart, Lisa e Maggie. Sono degli eterni bambini, Bart è il più anarchico mentre Lisa è quella con la testa sulle spalle ma profondamente infelice, e Maggie succhia sempre il suo succhiotto. Soprattutto Bart è diventato un’icona presso i giovani - di tutte le età -, tanto che il suo vocabolario è stato preso a prestito non solo dalla cultura avantpop, ma anche dai media. Com’è stato possibile?
È che sono personaggi a tutto tondo, ricchi, complessi. E per di più, gli hanno messo in bocca certe battute che i migliori attori di Hollywood si sbranerebbero, per averle. Bart è così vispo che non lo incastri in nessuna cornice. Nel mio libro, a un certo punto lo riconduco a Tom Sawyer, ma è un po’ riduttivo, come paragone: Bart è Tom Sawyer e Huckleberry Finn insieme, sa essere crudele e struggente, geniale e meschino. Quanto a Lisa, ti dirò che secondo me la vera anarchica è proprio questa Mafalda gialla di fine millennio. È il “pensiero indipendente” di Lisa a mettere in allarme il direttore Skinner. È lei quella che più spesso si trova a combattere in assoluta solitudine, contro tutto e contro tutti. Per esempio, quando si trova a difendere Darwin dall’ondata neo-creazionista, per attenerci a un tema quanto mai attuale anche dalle nostre parti. Certo, questo contribuisce a renderla la «bambina più infelice della seconda elementare», come si definisce lei stessa. Però non le impedisce di godersi Grattachecca e Fichetto esattamente quanto se lo gode Bart. Maggie, infine, è un capolavoro: con quel succhiotto e con gli occhi riesce a comunicare una tale gamma di emozioni che si resta incantati.
Parlando dell’influenza sui media, poi, non possiamo scordarci di Kent Brockman, il mezzobusto di Springfield: pensa che una sua frase, «e in quanto a me, darò il benvenuto ai nostri insetti signori supremi...», è stata così ripresa dai titolisti americani che ora la si studia nei corsi di giornalismo e media studies. Provare per credere: metti su Google le parole “I for one welcome our * overlords”, proprio con l’asterisco, e guarda cosa salta fuori.
6. Springfield accoglie una quasi sempre contestata centrale nucleare: Mr. Burns e Smithers, sono loro a tenerne le redini. Insieme ad Homer Simpson però, che non è proprio ligio al suo compito, infatti ha messo in pericolo la piccola cittadina più di una volta per colpa delle ciambelle, delle troppe distrazioni che si è concesso. Il “nucleare” è un tema tanto scientifico quanto sociale di grande impatto sulla piccola comunità di Springfield. Come affronti il tema “nucleare sì, nucleare no” in “La scienza dei Simpson”?
Gli dedico un capitolo intero, il primo. Però, non prendo una posizione. Un po’ perché non ne ho una così netta nemmeno io, un po’ perché non era mia intenzione. Quello che faccio è proporre confronti fra il modo in cui temi quali la sicurezza, lo smaltimento delle scorie o la comunicazione del rischio sono affrontati a Springfield e il modo, a volte spaventosamente simile, in cui sono stati affrontati nella realtà.
7. Smithers, il segretario di Mr. Burns: si intuisce che la devozione di Smithers per Burns è qualche cosa di più. E’ giusto dire che Smithers nutre un amore sconsiderato per il suo padrone? Ne è sì succube, ma è anche sinceramente innamorato dell’uomo, di Burns, non del padrone che esso è e rappresenta. Solo un amore platonico non ricambiato, o incapacità da parte di Smithers di ribellarsi al suo padrone, o piuttosto un amore di quelli “tragici & impossibili”?
Qui esuliamo dalle mie competenze, è un tema che nel libro non tratto. Però posso darti il mio parere spassionato, da telespettatore: mi sa che è proprio un amore del terzo tipo, di quelli che definisci “tragici & impossibili”. Almeno, mi piace pensare che sia così: è forse il personaggio più infelicemente romantico della serie, Smithers, fa proprio tenerezza. E non posso fare a meno di tifare per lui, anche se razionalmente gli auguro di cuore che il suo amore non venga mai corrisposto, visto il carattere del “principe azzurro”. Che poi, chissà: come coppia, in fondo, funzionano meglio di tante altre.
8. Come ti è venuta l’idea di scrivere un saggio che parla della scienza all’interno del cartoon più famoso del mondo, quello della famiglia Simpson?
Dovevo scrivere una tesi per un master in comunicazione della scienza. Dopo quella di laurea e quella di dottorato, ero nauseato, dalle tesi. Così mi sono detto: va bene, mi tocca, almeno che sia su qualcosa che mi appassiona davvero. Ma cosa? E mentre ero lì che meditavo, ecco arrivare dalla TV accesa nella stanza accanto la voce di Homer che ordina a Lisa di rispettare la legge della termodinamica. Insomma, l’idea me l’hanno data loro stessi.
9. Quanto c’è di vero nella scienza del mondo di Springfield? E quanto c’è di “giallo” nella scienza del mondo reale?
Solo qualche accenno, non di più. Non pretendo che tu, Marco, riscriva il saggio “La scienza dei Simpson - una guida non autorizzata”.
Molto in breve: a parte gli episodi della serie “La paura fa novanta”, che sono fanta-horror, la scienza dei Simpson è estremamente realistica, zeppa di riferimenti colti, dalle formule matematiche alla teoria di campo unificata. E non è un caso: molti sceneggiatori dei Simpson sono “autori rubati ai laboratori”, come li ha definiti una volta Martha Fabbri, la curatrice della collana Galàpagos, nella quale è pubblicato mio libro (frase che ho subito rubato per un titolo): gente uscita dalle migliori facoltà scientifiche americane, Harvard e Princeton in testa.
Di giallo nella scienza del mondo reale ci sono alcune realizzazioni divertenti, tipo il Pomacco, un incrocio fra pomodoro e tabacco nato prima nel cartone e poi nella realtà. Ma c’è soprattutto il modo in cui la scienza e la tecnologia vengono a contatto con il microcosmo famigliare. Detto altrimenti, così come Freud analizzava i grandi personaggi letterari per capire più a fondo i suoi pazienti, secondo me i sociologi della scienza—ma anche chi si occupa di politica ambientale, di bioetica, di didattica—possono trarre parecchi spunti utili al loro lavoro proprio dai Simpson.
10. Dopo aver letto “La scienza dei Simpson”, noi poveri mortali avremo trovato qualche risposta alle domande che da sempre ci assillano, tipo “chi siamo”, “da dove veniamo”, “dove andiamo”, etc. etc.?
Domande enormi, quelle che poni. Mi fanno venire in mente quella di sapore Zen che viene posta a Bart in un episodio: «che suono ha l'applauso di una sola mano?». Bart non è certo il tipo che si lascia intimidire dalla retorica: semplice, dice, colpendo con le quattro dita il palmo. E producendo un suono. Non pieno come un vero applauso, ma comunque un suono. Io non ho la genialità di Bart, ahimè. Però mi auguro che il mio libro possa offrire a qualcuno lo stimolo a tentare di rispondere in modo altrettanto irriverente e concreto. Io ce l’ho messa tutta, ma il lavoro grosso temo che tocchi ai lettori.
11. In che modo hai proceduto per scrivere “La scienza dei Simpson”? a quali fonti hai attinto? Ed è stato un lavoro semplice, complesso, lungo?
La fonte sono gli episodi, visti e rivisti per anni, su Fox, su Italia 1, in Dvd e in VHS. Poi mi hanno aiutato moltissimo i siti specializzati, www.snpp.com in testa (anche nella versione italiana). Per quanto riguarda la parte più scientifica, libri, giornali, riviste (sono un divoratore di riviste divulgative) e colleghi. È stato un lavoro lunghissimo, ma anche abbastanza semplice. E, soprattutto, divertente.
12. Oltre agli amanti della serie televisiva i Simpson, a chi altri è destinato il tuo saggio e per quali motivi?
È pensato per tre categorie di lettori: quelli che amano i Simpson, quelli che amano la scienza e quelli che amano entrambi. Ma la mia ambizione segreta, mentre scrivevo, era che potesse far cambiare almeno un po’ idea anche a qualche lettrice o lettore del quarto tipo, quelli che non amano né i Simpson né la scienza. Il motivo è semplice: sia i Simspon che la scienza sono dei veri e propri «integratori» di senso critico. E io penso che il senso critico faccia un gran bene. Molto più del selenio o del betacarotene, tanto per citare altri integratori che pure vanno alla grande.
Grazie, Marco Malaspina, sei stato molto gentile e disponibile.
Ti auguro di riuscire a mettere a segno tante e tante homerate.
Grazie a te, e un saluto alle tue lettrici e ai tuoi lettori.
| inviato da kinglear il 13/9/2007 alle 8:6 | |
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29 agosto 2007
Il viaggiatore delle stelle, Bernard Werber - di Giuseppe Iannozzi
Il viaggiatore delle stelle
filosofia e profezie apocalittiche
Bernard Werber
Bernard Werber è uno scrittore anomalo, che rifugge le facili classificazioni letterarie: di spirito anarcoide, anche nella scrittura, i suoi romanzi sono sempre spiazzanti, sempre originali, impregnati d’un senso umoristico debolmente funesto ma soprattutto faceto, anche quando la tragicità della storia richiederebbe magari una bella sferzata di adrenalina nella penna. Werber preferisce un aplomb misurato, propriamente francese: il gusto per l’ironia è un po’ quello di un altro suo conterraneo, Marc Levy; ma soprattutto c’è forte un’impronta à la Douglas Adams con dentro un pizzico di quello spirito corrosivo tipico del nostrano e bravissimo Stefano Benni.
Bernard Werber non è un novellino: con oltre 15 milioni di libri venduti nel mondo, è nella rosa di quei pochi scrittori tradotti in tutto il mondo, sempre con un forte seguito di critica e lettori. Werber, par quasi superfluo sottolinearlo, è uno degli autori francesi più letti nel mondo: i suoi romanzi, tradotti in 35 lingue, sono una brillante commistione di passione per le scienze, di cui si occupa in qualità di giornalista, e di letteratura popolare e non. In Italia, nel corso degli anni, sono apparsi Le formiche (Longanesi, 1992), Il libro del viaggio (Ponte alle Grazie, 1998) e Omicidio in Paradiso (Mondadori, 2005). L’ultimo suo romanzo è “Il viaggiatore delle stelle” (Barbera Editore, 2007), una storia fortemente douglasiana e di spirito anarcoide; Werber è anche regista (Nos amis les Terriens, 2007) e rinomato autore teatrale.
Che cosa accade quando un inventore, piuttosto giovane, con tante idee per la testa ma con il cervello fra le nuvole, finisce con l’investire una skipper, tagliandole praticamente la carriera, costringendola in un letto senza più l’uso delle gambe? Succede che l’inventore finisce in tribunale perché gli sia ritirata la patente per tutta la vita: è il minimo. Il giovane inventore ha però in testa un progetto, grandioso, ereditato dal padre, anch’esso scienziato: una astronave capace di viaggiare per milioni di anni luce e raggiungere un altro pianeta abitabile. Dopo aver investito la skipper, il giovane scienziato cerca di vivere la sua vita, senza patente: non ci riesce. E’ letteralmente divorato dal dolore per aver strappato le ali alla giovane skipper di belle speranze. Il rimorso lo logora. Ma all’improvviso un eccentrico miliardario, malato terminale incurabile, decide di finanziare il progetto più folle che sulla Terra sia mai stato pensato: l’uomo più ricco del pianeta ha in mente di salvare l’umanità e l’unica via per riuscirci è quella di fuggire. Fuggire, ma dove? Ovvio: su un pianeta simile alla Terra. Come? Altrettanto ovvio: con una astronave più grande dell’Arca di Noè. A chi rivolgersi? Senz’ombra di dubbio al più eccentrico degli inventori. Inizia così la costruzione della Farfalla delle Stelle, una nave spaziale grossa quanto tutto il Texas se non di più. Ma una nave tanto grande ha bisogno di un’energia immane e perpetua: la soluzione c’è, pannelli solari che raccolgono la luce della stelle per usarla come energia. La nave avrà così delle ali gigantesche: saranno difatti proprio queste a raccogliere l’energia stellare per immagazzinarla nel motore. C’è un altro problema: solo una persona sarebbe in grado di pilotare la Farfalla delle Stelle e far sì che le sue ali si aprano come grandi vele di una immensa caravella. Peccato che quella persona sia la skipper che l’inventore ha preso sotto con la sua macchina costringendola a letto. Inizia così la fase più difficile del progetto: convincere la skipper ad imbarcarsi sulla Farfalla, e soprattutto ridarle la speranza che un giorno potrà tornare a camminare.
Alla fine l’odissea può avere inizio, nonostante dalla Terra diversi Stati e Associazioni si siano mobilitati per sabotare la Farfalla delle Stelle dichiarandola illegale. Per le persone imbarcate sulla nave è ormai chiaro che la Terra è destinata ad autodistruggersi entro breve: dissidi razziali, guerre di religione, annientamento sistematico delle specie animali, droga e spaccio, politica, inquinamento, ce n’è abbastanza perché l’umanità si estingua. L’unica salvezza è la fuga, tutti lo sanno, tutti lo ripetono. Non c’è altra soluzione: bisogna affrontare il viaggio, un viaggio che durerà 1250 anni terrestri: le generazioni si succederanno all’interno della Farfalla delle Stelle. L’equipaggio originale, nel giro di pochi anni, verrà sostituito da un’altra generazione; e così via. La Farfalla delle Stelle non è semplicemente una navicella: è un vero e proprio ecosistema, difatti all’interno ospita un sistema di vita non troppo dissimile da quello della Terra, dove i cosmonauti vivono e imparano, e con il passare degli anni imparano anche l’omicidio fino ad arrivare a muoversi guerra. Dall’inizio del viaggio della Farfalla alla sua mèta, un pianeta quasi in tutto e per tutto simile alla Terra, trascorreranno 1250 anni, durante i quali nasceranno i novelli Adamo ed Eva.
“Il viaggiatore delle stelle” è un romanzo fantastico, una space opera filosofica, che in primis evidenzia quelli che sono i mali della Terra: quindi non una semplice avventura philosophique, bensì una narrazione avvolgente che prende spunto dai tanti mali sociali politici religiosi e ambientali che assediano l’umanità del tempo presente, mali che, a lungo andare – ahinoi, lo stiamo già vedendo coi nostri propri occhi – finiranno col mettere in ginocchio le riserve naturali e il pianeta tutto. Werber espone una filosofia a tratti ironica, iperrealista, ma soprattutto anarcoide: la speranza di conquistare un altro pianeta è quella illusione che fa da motore a tutto il romanzo. Uno stile diretto, privo di fronzoli, capitoli brevi e veloci, dove personaggi e situazioni vengono descritti nella loro buffa essenzialità, spesse volte mettendo i protagonisti in ridicolo.
Bernard Werber è come se avesse scritto il Genesi, come è comparsa la civiltà sulla Terra, e difatti non mancano alcuni spunti teosofici e adamitici in chiave sempre amara e divertita al contempo. L’autore si fa demiurgo, scrive la storia dell’umanità e di come essa è arrivata al punto di annientarsi, di come un gruppo scelto di uomini diventa l’alieno fattore vitale il cui compito è portare la vita su una nuova terra.
Solitamente non si guarda la copertina per giudicare un libro, ma in questo caso sì, si guarda, perché l’illustrazione è opera di Francesco Musante, un’opera che rispecchia fedelmente il cuore del romanzo scritto da Werber. Francesco Musante è nato a Genova il 17 febbraio 1950; e in questa città si è diplomato al Liceo Artistico ed Accademia Albertina di Belle Arti di Torino sezione staccata di Genova. In seguito ha frequentato la Facoltà di Filosofia dell’Università di Genova ed i corsi di pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Espone dal 1968 i suoi primi quadri, eseguiti tra il 1967 ed il 1969: sono perlopiù ricerche astratte su grandi campiture. Nel 1969/70 si assiste ad una sorta di svolta in chiave pop: fino alla metà degli anni settanta, Musante frequenta Torino e in particolare la galleria Sperone. Sono di questo periodo suoi dipinti dedicati all’America con scritte e inserti di oggetti e legni che risentono dell’influenza della Pop sia dei Combine Paintings di Rauschenberg. Dal 1975 in poi si dedica alla pittura figurativa, inizialmente elaborando una serie di figure femminili ispirate a Klee e alla Secessione Viennese. Comincia anche il lavoro con la grafica e gli acquerelli dove si intravedono i primi spunti narrativi e fantastici che contraddistinguono la sua opera dal 1985 fino ad oggi, con una progressiva attenzione al dialogo tra immagini parole e storie. Dal 1971 ad oggi ha tenuto più di trecento mostre personali in Italia ed all’estero. Ha partecipato a numerose collettive, tra le quali varie edizioni di “Jeune Peinture” al Grand Palais di Parigi; alla mostra “The Artist and the Book in 20th Century”, Museum of Modern Art, New York e Fondazione Guggenheim, Venezia e all”8° Interational Triennial of Commited Graphic Arts in the German Democratic Republic”, Berlino. Nel 1984 ha insegnato in un corso professionale della CEE le tecniche dell’incisione artistica; ha illustrato diversi libri di racconti e favole.”
Non siamo di fronte a un semplice romanzo usa & getta, veniamo invece a contatto con una formidabile penna che sa far divertire per mezzo di una storia fantastica, che però accoglie in sé tutte le inquietudine del nostro tempo. “Il viaggiatore delle stelle” di Bernard Werber è anche il tentativo di dare risposta all’eterna domanda, “chi siamo e da dove veniamo?” Werber ci dà una risposta ironica ma entro certi limiti: difatti la teoria esposta nel libro si basa su alcune ipotesi avanzate da tanti scienziati e pensatori, quasi dalla notte dei tempi. Un romanzo profetico - ma non ossessivo come quelli di Philip K. Dick - che ci parla dell’umanità, del suo destino. Da leggere e da avere. Da meditare con gli occhi puntati alle stelle.
| inviato da kinglear il 29/8/2007 alle 8:51 | |
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